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Alzheimer: un esame del sangue per una diagnosi con 10 anni di anticipo

WellMe.it

 

Presto sarà possibile prevedere la comparsa della malattia di Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue e con 10 anni di anticipo.

 

Questa confortante scoperta è il risultato di uno studio - ancora in corso - diretto dal dottor Madhav Thambisetty del King’s College di Londra, e pubblicato su Archives of General Psychiatry.

 

Il morbo di Alzheimer è un processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale.

In Italia ne soffrono circa 800 mila persone, nel mondo 26,6 milioni - secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora (USA) - con una netta prevalenza di donne.

 

Secondo gli scienziati britannici, la malattia sarebbe strettamente connessa alla presenza di una specifica proteina nel sangue: la clusterina. Thambisetty e i suoi hanno lavorato con circa 300 soggetti, sia sani che malati allo stadio iniziale e allo stadio avanzato, seguendoli per 10 anni e sottoponendoli a regolari esami.

 

E’ così emerso che il livello di clusterina nel sangue è tanto più alto quanto più risulta avanzato lo stadio della malattia. Dunque, l’aumento del livello di clusterina può essere considerato il primo segnale della comparsa della malattia.

 

La presenza in eccesso di tale proteina è riscontrabile con anni di anticipo rispetto ai sintomi veri e propri del morbo di Alzheimer. Perciò, spiegano gli esperti, un esame del sangue ad hoc sarebbe in grado di avvertire il paziente in anticipo.

 

Purtroppo, gli scienziati non sono ancora in grado di stabilire quale livello di clusterina possa definirsi “normale” e quale, invece, indicherebbe che la malattia si sta sviluppando. Inoltre, al momento, la malattia risulta incurabile: le terapie farmacologiche e non, sono solo in grado di migliorare la qualità della vita dei pazienti malati e provare a rallentarne il decorso nelle fasi iniziali.

 

A tal proposito, ci si interroga su quanto sia opportuno mettere a conoscenza il paziente della propria “condanna a morte” senza offrirgli un’opportunità. E, come al solito, non ci resta che avere fiducia nella ricerca.

Silvia Pluchinotta

 

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Un cerotto per curare l’Alzheimer

ItaliaSalute.it

 

E’ disponibile ora anche in Italia Rivastigmina cerotto: il primo ed unico cerotto transdermico per il trattamento dei sintomi della malattia di Alzheimer, che nel nostro paese colpisce circa 520mila persone e 24 milioni di individui nel mondo.
Il morbo di Alzheimer è una malattia progressiva e degenerativa che altera il funzionamento del cervello ed è associata a un indebolimento nella trasmissione dei segnali tra le cellule nervose nel cervello, in conseguenza alla diminuzione del neurotrasmettitore acetilcolina.
È disponibile anche in Italia in classe A, nelle Unità di Valutazione Alzheimer, Rivastigmina cerotto transdermico per il trattamento dei sintomi della malattia di Alzheimer da grado lieve a moderatamente grave.
Il cerotto, garantendo un rilascio graduale e continuo nell’arco della giornata del principio attivo, permette il raggiungimento della dose ottimale raccomandata e il raggiungimento della massima efficacia.
“Il cerotto rappresenta un importante passo avanti nella cura dei sintomi della malattia di Alzheimer” - afferma il Professor Carlo Caltagirone, Direttore Scientifico IRCSS Fondazione Santa Lucia di Roma – “poiché consente di raggiungere dosaggi più elevati associati ad una maggiore efficacia”.
I risultati clinici positivi di Rivastigmina cerotto sono stati valutati nello studio internazionale IDEAL, (Investigation of Transdermal Exelon in ALzheimer’s disease), che ha coinvolto circa 1200 pazienti con malattia di Alzheimer da grado lieve a moderatamente grave. Le conclusioni a cui si è giunti hanno evidenziato che il cerotto permette di ottenere un significativo miglioramento nella
memoria e nella capacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana rispetto ai pazienti del gruppo placebo.
Il cerotto, è stato sviluppato per migliorare l’efficacia e la compliance, e grazie alla semplicità di impiego è risultato preferito dal 70% del personale medico e paramedico che lo utilizzava.
A tal proposito il Professor Roberto Bernabei, Direttore Dipartimento di Scienze Gerontologiche, Geriatriche e Fisiatriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, afferma “Con il cerotto è possibile fornire un aiuto concreto sia ai malati che ai familiari: una delle principali barriere per un efficace trattamento delle malattie croniche che colpiscono gli anziani, di cui la malattia di Alzheimer è il più tipico esempio, è infatti la scarsa precisione nell’assumere le terapie farmacologiche, dovuta alla complessità di dover gestire molte pillole e procedure nell’arco della giornata. Quindi dimenticanze, dubbi ed errori. Il cerotto semplifica tutto ciò”.

Note su Rivastigmina cerotto
Rivastigmina cerotto transdermico è stata approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) nel luglio 2007 e a settembre 2007 dall’EMEA. Il farmaco è disponibile in classe A, nota 85, su diagnosi e piano terapeutico delle Unità di Valutazione Alzheimer (UVA).
Il cerotto transdermico deve essere applicato una volta al giorno sulla cute della schiena, della parte superiore del braccio o del torace.

Già un altro farmaco della Novartis, contenente rivastigmina e di nome commerciale Exelon, aveva ricevuto riconoscimenti d’efficacia dalle autorità sanitarie europee.
Exelon, secondo il CPMP (Committee for Proprietary Medicinal Products), si è mostrato capace di inibire due enzimi coinvolti nel morbo di Alzheimer: l’acetilcolinesterasi (AchE) e la butirilcolinesterasi (BuChE).
Questo rende Exelon unico nella sua classe, poiché gli altri inibitori della colinesterasi comunemente utilizzati per trattare il morbo di Alzheimer, come donepezil e galantamina, hanno un effetto inibitorio solo sugli AchE.
Nel cervello, l’acetilcolina è demolita dagli AchE e dai BuChE; bloccando l’azione di entrambi questi enzimi, Exelon può mantenere attive le funzioni cerebrali più a lungo, determinando l’aumento della quantità di acetilcolina disponibile per la trasmissione dei segnali nervosi.
Recenti studi suggeriscono che i BuChE possono giocare un ruolo di crescente importanza nel regolare i livelli di acetilcolina nel cervello al progredire della malattia di Alzheimer, e la duplice attività inibitoria di Exelon può garantire ulteriori benefici nel trattamento dei pazienti affetti dalla malattia.

Uno studio condotto da Ezio Giacobini e altri (Journal of Neural Transmission, luglio 2002) ha evidenziato una forte associazione tra l’ulteriore inibizione dei BuChE da parte di Exelon e il miglioramento delle facoltà cognitive (memoria, pensiero e apprendimento). T. Darreh-Shori ha presentato sulla rivista “Neurology” uno studio che ha evidenziato che Exelon garantisce significative riduzioni dell’attività di AchE e BuChE3. I pazienti con una maggiore inibizione dei BuChE hanno totalizzato punteggi migliori nei test neuropsicologici.

 



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Provoca la vecchiaia, protegge dall’Alzheimer: è il gene SIRT1

Il Sole 24 ore

 

È uno dei geni responsabili dell`invecchiamento, ma proteggerebbe dallo sviluppo della malattia di Alzheimer. Si chiama SIRT1 e la sua duplice funzione è stata individuata dagli studiosi del MIT-Massachusetts Institute of Tecnology di Boston guidati da Leonard Guarente, che in uno studio pubblicato su Cell spiegano che il gene individuato è coinvolto nel controllo della formazione delle placche amiloidi che si formano nel cervello dei malati di Alzheimer.

Le placche amiloidi responsabili dello sviluppo dell`Alzheimer si formano quando le proteine precursori dell`amiloide vengono suddivise in piccoli peptidi amiloidi che danno origine alla patologia neurodegenerativa. I frammenti peptidici prodotti, spiegano però i ricercatori, possono anche essere innocui e non generare la malattia: e dalla ricerca è emerso che sarebbe proprio il gene SIRT1 ad attivare la produzione di un enzima che scinde i precursori dell`amiloide in peptidi innocui.

I ricercatori hanno quindi rilevato che, nei topi ingegnerizzati a sviluppare il morbo di Alzheimer, se i livelli di SIRT1 nel cervello erano alti l`apprendimento e il deficit di memoria miglioravano, mentre se il gene veniva “spento” si aveva un maggior declino cognitivo. “I risultati dello studio - conclude Guarente - indicano che i farmaci che attivano il gene SIRT1 potrebbero essere una strategia promettente per combattere l`Alzheimer”.

Data: 27-07-2010
Autore: Miriam Cesta

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Nuova Scoperta sull’ Alzheimer

ItaliaSalute.it

 

Un gruppo di ricerca, coordinato da Peer St. George-Hyslop dell’Università di Toronto ha scoperto un nuovo gene con un ruolo molto importante nella genesi dell’ Alzheimer. Un ruolo di primo piano è stato svolto da neuroscienziati italiani: Lorenzo Pinessi, Direttore della Clinica Neurologica II dell’Università di Torino, Innocenzo Rainero, Coordinatore del Centro Demenze della Clinica Neurologica II dell’Università di Torino, Sandro Sorbi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Firenze, e da Amalia Bruni, Direttore del Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme.
“La malattia di Alzheimer”, dice Lorenzo Pinessi, “che colpisce in Italia circa 600.000 persone e in modo conclamato circa il 5 per cento gli over 60, è un processo degenerativo cerebrale che provoca un declino globale delle funzioni mnesiche ed intellettive associato ad un deterioramento della personalità e della vita di relazione. Progressivamente l’ammalato perde l’autonomia nell’esecuzione degli atti quotidiani della vita e diventa completamente dipendente dagli altri. Nell’arco di 8-10 anni il paziente decede. Il progressivo e costante aumento della popolazione in età senile sta rendendo questa malattia una vera e propria “epidemia silente”. I costi sociali ed economici della patologia sono drammatici.
E’ stato calcolato che ogni paziente costa alla società, sia per
spese mediche che assistenziali, circa 20.000 euro all’anno all’inizio della malattia per arrivare a 45.000 nelle fasi più avanzate”. Prosegue Pinessi “diversi geni influenzano in modo drammatico il metabolismo del beta-peptide. Questo deriva da un’altra proteina più lunga, la Amyloid Precursor Protein (APP), che può essere “tagliata” in diversi frammenti proteici. Alcuni di questi frammenti svolgono un effetto protettivo sui neuroni, altri – come il beta-peptide 1-40 ed 1-42 – sono particolarmente tossici e si accumulano all’interno del cervello dei pazienti Alzheimer nelle cosiddette “placche senili”. La sortilina 1 regola la distribuzione della APP all’interno dei neuroni. Per approfondire il ruolo della sortilina 1 nella malattia di Alzheimer sono stati svolti anche alcuni esperimenti su linee cellulari in vitro.
Questi hanno dimostrato che, quando le concentrazioni di questa proteina sono ridotte, l’APP viene ad essere metabolizzata in modo anomalo e la produzione del peptide neurotossico aumenta in modo esponenziale. La ricerca ha infine dimostrato che nei pazienti colpiti da Alzheimer le concentrazioni ematiche di sortilina 1 sono ridotte e si è inoltre dimostrato sperimentalmente in culture cellulari che la riduzione del livello di sortilina 1 promuove la produzione del A-betapeptide. L’insieme di questi complessi e interessanti dati scientifici supporta in modo sempre più convincente il ruolo centrale svolto nella malattia di Alzheimer dalla deposizione della proteina patologica beta-peptide sotto forma di amiloide”. Le ricerche proseguiranno per la messa a punto di un vaccino che dovrebbe bloccare la progressione della malattia.

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Morbo di Alzheimer: l’istruzione riduce il rischio di ammalarsi

WellMe.it 

 

Quante volte abbiamo sentito dire che studiare fa male al cervello? La battutta ironizza sul fatto che il troppo studio non fa bene alla salute dei poveri studenti.

Ma la scienza dice bene altro. Secondo una ricerca dell’Università di Cambridge, diretta dalla professoressa Carol Brayne e pubblicata su “Brain“, lo studio svolto durante l’infanzia attua delle modifiche a livello cerebrale che in seguito ci tutelano da malattie come il morbo di Alzheimer. Gli studiosi hanno esaminato 872 persone. Dall’osservazione è emerso che le persone con un alto livello di istruzione, combinata cn un’alta estrazione socio-economica, pur essendo affetti dalle stesse patologie dei volontari meno istruiti, erano in grado di reagire meglio alla malattia, e mostravano sintomi più “leggeri”.

Un altro dato. Secondo la ricerca, il livello di istruzione e il rischio di demenza sono inversamente proporzionali: ogni anno in più passato sui libri riduce dell’11% il rischio di demenza.

Hannah Keage, co-autrice della ricerca spiega: ”Una persona può mostrare una patologia cerebrale di una certa gravità, mentre un’altra può dare molto poco a vedere, eppure possono aver avuto la stessa demenza”. E aggiunge: “Il nostro studio dimostra che l’istruzione nel corso della prima infanzia sembra generare determinati cambiamenti nel cervello in grado di difenderlo dalla demenza”.

 

Mercoledì 28 Luglio 2010 11:45   

Francesca Mancuso 

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Dall’ olio extra-vergine molecola contro l’ Alzheimer

ItaliaSalute.it

 

Non si finisce mai di scoprire le moltissime proprietà benefiche dell’olio extra-vergine d’oliva. Elemento gustosissimo e salutare della dieta mediterranea, ora l’extra-vergine dimostra di poter essere un valido alleato nella terapia contro il Morbo di Alzheimer.
Una ricerca scientifica della Northwestern University e del Monell Center di Chicago (Illinois, Usa), pubblicata sulla rivista “Toxicology and Applied Pharmacology”, sostiene che l’oleocantale, molecola dell’olio extra-vergine d’oliva recentemente scoperta, può combattere efficacemente la degenerazione delle cellule nervose e quindi può contrastare l’insorgenza dell’Alzheimer.
Gli scienziati statunitensi ritengono che la grave demenza potrebbe essere innescata dall’azione di una serie di proteine tossiche chiamate ADDL: l’oleocantale si è dimostrato, in test di laboratorio, capace di contrastarle e di impedire loro di danneggiare le sinapsi.
In pratica la sostanza benefica contenuta nell’olio modifica le dimensioni delle
proteine nocive e rende loro impossibile legarsi alle sinapsi e danneggiare così i neuroni. L’oleocantale ha dimostrato anche di possedere capacità protettive delle cellule nervose, preservandole dall’usura a cui vanno incontro con l’avanzare dell’età.
Per ottenere questi risultati, i dottori americani hanno riprodotto in laboratorio, per mezzo di una coltura cellulare, il tessuto dell’ippocampo, importante regione cerebrale umana, che è la sede dei ricordi e il primo bersaglio dell’Alzheimer.
Sottoponendo il parenchima artificiale all’oleocantale e all’azione delle
proteine ADDL, si è potuto osservare come la sostanza derivata dall’olio bloccasse quest’ultime, impedendo loro di far danni.
Il dott.Paul Breslin, autore della ricerca, ritiene che combinando l’oleocantale a un trattamento anticorpale si potrebbero contrastare gli effetti tossici e immunologici che contribuiscono a causare l’Alzheimer. Ad oggi non esiste ancora una terapia efficace contro questa grave malattia, che priva moltissime persone dei loro ricordi e delle loro capacità cognitive.

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Dai pomodori vaccino contro l’ Alzheimer

ItaliaSalute.it

 

Forse ci si è avvicinati alla cura per l’Alzheimer, o almeno ad impedire che esso si manifesti negli individui, grazie al pomodoro.
Presso il Korea Research Institute of Bioscience and Biotechnology (KRIBB) di
Seoul, si sta studiando una particolare cura basata su pomodori geneticamente modificati da utilizzare come vaccino.
I ricercatori coreani, coordinati da HyunSoon Kim, hanno modificato geneticamente una pianta di pomodoro inserendo nel suo Dna il gene della
proteina che causa l’Alzheimer, la beta amiloide. Ingerendo pomodori così modificati, gli individui dovrebbero essere in grado di irrobustire il sistema immunitario e proteggerlo dal morbo di Alzheimer.
La cura è stata poi testata su cavie di laboratorio alle quali sono state somministrate per tre settimane delle porzioni di pomodori OGM. Il sangue dei topi è stato in seguito analizzato per vedere i risultati I ricercatori hanno quindi scoperto che il sistema immunitario delle cavie era stato stimolato sviluppando degli anticorpi in grado di neutralizzare la
proteina responsabile dell’insorgenza del morbo di Alzheimer.
Tuttavia se i pomodori venivano cotti si dimostravano inefficaci.
I farmaci attualmente utilizzati sono solamente in grado di rallentare il decorso della malattia. Se invece questa ricerca andasse a buon fine anche sull’uomo il morbo di Alzheimer potrebbe essere bloccato sul nascere. Questo vaccino infatti può impedire l’insorgere della malattia, ma nei casi essa sia già conclamata, il vaccino non è in grado di farla regredire.

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A cosa serve studiare? Prevenire l’ Alzheimer

 

Panorama 

Una ricerca pubblicata sulla rivista Brain arriva alla conclusione che maggiore è il tempo passato a studiare più è alta la protezione dall’insorgere della demenza e in particolare dell’Alzheimer.

Tenere il cervello in attività è il modo migliore per mantenerlo sano. Sembra un luogo comune e in parte lo è. Nessuna ricerca è infatti mai riuscita a dimostrare in maniera inequivocabile che impegnarsi in un cruciverba o in qualunque altro passatempo enigmistico serva davvero a tenere la mente in esercizio. Ma laddove non arriva il Sudoku può invece aiutare la scuola.

Un team di ricercatori inglesi e finlandesi hanno analizzato il cervello di oltre 800 persone anziane che negli anni precedenti al decesso avevano partecipato a studi sulle problematiche dell’invecchiamento. Gli studiosi avevano a disposizione molti dati sul loro livello di istruzione, sull’ambiente socioculturale da cui provenivano e sul loro stato di salute generale, oltre alla segnalazione di eventuali problemi di memoria o di vere diagnosi di demenza.

Hanno potuto constatare l’esistenza di un legame tra le condizioni del cervello di ciascuno, su cui era stata praticata l’autopsia, e il livello di istruzione. La prima cosa che hanno verificato è che non c’è differenza nella presenza di placche amiloidi, lesioni caratteristiche della malattia di Alzheimer, tra chi aveva studiato di più e coloro che avevano studiato meno. Le placche non risultavano di dimensioni ridotte in coloro che avevano passato più tempo sui libri nella loro vita.

A parità di lesioni, però, la maggior parte di coloro che avevano avuto una lunga scolarità non ha sofferto del morbo di Alzheimer, a differenza di altri pazienti che invece avevano studiato meno e avevano sviluppato la malattia.

“Quello che lo studio dimostra”, ha spiegato Hannah Keage dell’Università inglese di Cambridge, tra gli autori della ricerca, “è che aver studiato aiuta gli anziani a gestire sul piano clinico le lesioni degenerative del cervello”. Malgrado l’alterazione istologica abbia luogo, una scolarità protratta servirebbe perciò a preservare le funzioni cerebrali.

Attenzione però, perché in questo caso il motto “non è mai troppo tardi” non vale. A contare, infatti, sono proprio gli anni di studio accumulati prima dei 25 anni di età, quelli che influenzano lo sviluppo delle sinapsi e il numero di neuroni presenti nel nostro cervello.

Ecco perché, concludono gli autori dello studio, è necessario garantire all’intera collettività un livello di istruzione adeguato per dare a tutti pari opportunità non solo di realizzarsi nella vita, ma anche di non spegnersi nell’inconsapevolezza dovuta alla demenza.

 

marta.buonadonna

 

Lunedì 2 Agosto 2010

 

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La nuova sfida: adulti da vaccinare anche contro l’Alzheimer..

La nuova sfida: adulti e da vaccinare

Immunizzazione non solo per l’infanzia. Anche contro Alzheimer, tumori, diabete

Prevenzione

La nuova sfida: adulti e da vaccinare

Immunizzazione non solo per l’infanzia. Anche contro Alzheimer, tumori, diabete

 

   

MILANO - Sarà colpa della maledetta «suina». Ma sembra proprio che i vaccini, che pure hanno salvato tante vite nella storia dell’umanità, stiano attraversando una crisi d’immagine. Chiamati a vaccinarsi, la stragrande maggioranza degli italiani e degli europei ha ignorato le raccomandazioni. E mentre si discute di chi sia la colpa del fallimento, la parola d’ordine, lanciata in occasione del V Forum Italiano sulla scienza dei vaccini, svoltosi recentemente a Siena, è cambiare, almeno cambiare il nome. «Ormai vaccino è una parola obsoleta — dice Rino Rappuoli, responsabile mondiale della ricerca vaccini di Novartis, alla guida dei laboratori di Siena e Cambridge (Massachussetts) — . È un termine che ha significati positivi, ma che raccoglie anche molti pregiudizi. Oggi sarebbe più corretto parlare di immunizzazione». Vocabolo forse troppo lungo e complicato per diventare popolare. «Prima o poi salterà fuori una parola nuova — prosegue Rappuoli — che segnerà il futuro di questo fondamentale strumento della medicina». Non è soltanto una questione d’immagine, dicono gli specialisti. È che l’attuale scienza dei vaccini, pardon dell’immunizzazione, ha smisurate ambizioni.

PAESI CHE INVECCHIANO - Se il vecchio vaccino, di agreste derivazione, puntava alla prevenzione, alla lotta alle malattie infettive ed era in gran parte roba da bambini, ora l’immunizzazione ha per obiettivo i vecchi di Paesi invecchiati, o almeno gli adulti, e vede nel suo futuro un ruolo soprattutto terapeutico. Per curare che cosa? Quasi tutto, secondo gli entusiasti ricercatori, grazie a nuove tecnologie che incrociano genetica e scienza dei vaccini: proprio a Siena è stata sviluppata la reverse vaccinology con la collaborazione del biologo Craig Venter, uno dei padri del genoma umano. Una tecnica che è stata per esempio utilizzata per sviluppare un vaccino candidato contro il ceppo B di Neisseria meningitidis, il nemico finora rimasto inafferabile tra i diversi responsabili della meningite. Tra le malattie della popolazione anziana il primo obiettivo è naturalmente il cancro. In questo campo, prima di parlare del futuro, è giusto ricordare che esistono già due vaccini che possono essere considerati antitumorali: quello dell’epatite B, malattia che può degenerare in tumore, e quello anti Hpv, contro il tumore del collo dell’utero. Ma in questi casi il bersaglio è un «tradizionale» virus. Diversi i meccanismi dei vaccini, in sperimentazione anche in Italia, contro il melanoma e il tumore della prostata e del rene. In questo caso l’agente «difensivo» va a colpire una proteina che si trova soltanto nei tumori, distruggendo le cellule malate. «Sono risultati possibili grazie alle nuove tecnologie — dice ancora Rappuoli — . In questo momento ci sono centinaia di vaccini terapeutici in via di sviluppo.

TUMORI - Per quel che riguarda i tumori, l’unico finora registrato agisce su un tipo di cancro della prostata. Dà risultati modesti per noi abituati a porci come obiettivo la scomparsa delle malattie: circa tre mesi di sopravvivenza in più. Ma è un successo significativo, perché dimostra che l’idea funziona». «Si identifica una proteina, si crea in laboratorio un anticorpo di questa proteina: questo è il meccanismo base — spiega Giuseppe La Torre, specialista in Igiene e medicina preventiva alla «Sapienza» di Roma — . Le ricerche più avanzate riguardano i tumori e il diabete giovanile di tipo I, nel quale il bersaglio è l’area genetica (HLA) da cui parte il diabete. Un vaccino ha superato la sperimentazione animale ed è in fase preclinica. Altri studi riguardano l’ipertensione, le malattie autoimmuni e anche le dipendenze, da nicotina o cocaina». Smettere di fumare con un vaccino? Ma non è una questione di cattive abitudini? «La cattiva abitudine è cominciare a fumare, ma sono stati identificati geni della dipendenza: se vengono neutralizzati è più facile smettere di fumare o di assumere cocaina». Rappuoli rincara la dose: «Si sta lavorando anche sull’Alzheimer, per un vaccino che contrasti la proteina prionica che si accumula nel cervello e che causa la malattia. Nei modelli animali funziona, ma ci vorranno molti anni per sapere se può funzionare negli uomini». L’impressione, a scorrere l’elenco dei bersagli possibili, è di leggere un libro dei sogni. Mentre la ricerca si concentra anche su nuovi metodi di somministrazione (per bocca o per inalazione attraverso il naso) e sulla riduzione delle dosi vaccinali.

UN FUTURO DA IPERPROTETTI? - Tutti adulti e da vaccinare dunque, un futuro da iperprotetti anche dalle grandi malattie croniche. Entro quanto tempo? Per i vari agenti immunologici attualmente allo studio si parla dai 7 ai 15 anni. Una bella spesa, però, per i servizi sanitari. Dopo le polemiche sui costi del vaccino anti-influenza A il tema è scabroso. «I vaccini costano poco — ribatte Rappuoli — . Attualmente il Servizio sanitario nazionale spende per tutti questi preparati meno di quanto spende per il quinto antibiotico più venduto. E poi l’immunizzazione fa risparmiare sulle cure; in futuro, ancora di più. Anche quando uno si ammalerà, sarà più protetto in ospedale: è allo studio un vaccino che sbarri la strada alle infezioni ospedaliere (stafilococco, pseudomonas e altri) che ci permetterà di salvare molte vite». Avremo dunque anche un vaccino anti-ospedale sporco. A questo punto mancherà soltanto quello contro gli errori medici.

Corriere della Sera 11/07/2010

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