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CPHPC nuovo farmaco sperimentale contro l’Alzheimer

ItaliaSalute.it

 

E’ stato sperimentato con successo sull’uomo un farmaco che agisce sulle placche amiloidi dei pazienti affetti da amiloidosi sistemica. L’accumulo di placche amiloidi è uno dei caratteri distintivi del morbo di Alzheimer, così come di forme avanzate di diabete di tipo II. Da ciò la speranza che per l’Alzheimer esista una via farmacologica che ne impedisca lo sviluppo.
Il nuovo farmaco si chiama CPHPC ed è riuscito a eliminare la
proteina amiloide sierica (Sap), che può scatenare l’Alzheimer, dal sangue di 5 pazienti malati della grave malattia neurodegenerativa che si sono sottoposti a una sperimentazione condotta dal dott.Mark Pepys e dai suoi colleghi del Royal University College Medical School di Londra.
Dopo tre mesi di trattamento con CPHPC la proteina amiloide era scomparsa dal cervello dei malati di Alzheimer esaminati, che non manifestavano nessun effetto collaterale alla terapia.

Gli studiosi, che hanno pubblicato la loro piccola ricerca su “Pnas”, sono fiduciosi nei possibili sviluppi terapeutici di CPHPC, ma sono consapevoli che occorreranno altri studi su vasti campioni di malati di Alzheimer per confermare queste prime positive indicazioni.
Le sperimentazioni del dott.Pepys e colleghi erano state sin qui condotte solo su animali e questo appena conclusosi è il primo trial sull’uomo della nuova molecola terapeutica.
In pratica il farmaco CPHPC riuscirebbe ad impedire che il ‘componente amiloide P del siero’ leghi fra di loro le
proteine amiloidi, formando composti insolubili. Dai primi dati sui pazienti emergerebbe una conferma di quanto era stato osservato negli animali: gli ‘ammassi’ di proteina amiloide vengono erosi ed aumenta la degradazione del componente amiloide nel fegato. Ciò avviene grazie alla capacità del farmaco di ‘bloccare’ i punti della molecola del componente amiloide che servono ad ‘agganciare’ le proteine amiloidi solubili, e ’sfila via’ il componente dagli ammassi di proteina amiloide già formatisi.
Se i risultati saranno confermati da altre ricerche più vaste allora l’entusiasmo del professor Pepys è giustificato: ”Come per incantesimo i composti amiloidi induriti e inattaccabili, semplicemente, scompaiono”.
Il dott.Pepys è rimasto positivamente impressionato dal fatto che CPHPC sia riuscito a eliminare la proteina amiloide dal cervello dei malati di Alzheimer che si sono volontariamente prestati alla sperimentazione del nuovo farmaco. CPHPC era stato già sperimentato sull’uomo per altre patologie e anche in quei casi si era mostrato sicuro, senza produrre effetti collaterali in chi lo assumeva.
Questa molecola terapeutica ha il vantaggio, oltre alla sua tollerabilità ed efficacia, di agire in modo molto selettivo, colpendo in maniera mirata la Sap, la proteina amiloide sierica, senza danneggiare le altre cellule presenti nel sangue.
I positivi risultati raggiunti stimolano i ricercatori ad avviare nuovi studi per verificare se un trattamento a lungo termine con CPHPC possa evitare il declino mentale cui vanno incontro nel tempo i malati di Alzheimer.
Susanne Sorensen, responsabile ricerca dell’Alzheimer’s Society, ha dichiarato che i dati ottenuti dallo studio di Pepys e colleghi sono eccitanti, ma è ancora troppo presto per ritenere che il nuovo farmaco possa concretamente aiutare i malati di Alzheimer.
Cauto ottimismo sui possibili sviluppi terapeutici di CPHPC viene espresso da Rebecca Wood, dell’Alzheimer’s Research
Trust, che sottolinea come sia urgente trovare nuove cure contro l’Alzheimer e come CPHPC potrebbe essere un interessante candidato a soddisfare quest’esigenza.
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Interrotto lo sviluppo di un farmaco anti-Alzheimer

 

LIQUIDAREA.COM

 

 

 

L’azienda farmaceutica americana Eli Lilly interrompe lo sviluppo del farmaco sperimentale anti-Alzheimer semagacestat, un inibitore dell’enzima gamma-secretasi. Il motivo e’ che i risultati preliminari di due studi clinici di fase III attualmente in corso indicano che il medicinale non rallenta la progressione della malattia, ed e’ associato a un peggioramento dei parametri cognitivi dei pazienti e della loro abilita’ di effettuare attivita’ quotidiane, informa una nota ufficiale della societa’ di Indianapolis. I dati relativi ai pazienti in cura col prodotto – prosegue la nota – mostrano inoltre che semagacestat e’ associato a un aumento del rischio di cancro della pelle, a confronto con il gruppo placebo.

La decisione – precisa l’azienda – non influisce sui programmi di sviluppo clinico di un altro farmaco contro l’Alzheimer, solanezumab, sempre in fase III di sperimentazione sull’uomo. Entrambe le molecole bersagliano le proteine beta-amiloidi che giocano un ruolo di primo piano nell’insorgenza della malattia, ma hanno due meccanismi di azione differenti. Lilly – ricorda il comunicato – ha inoltre altri due composti alle prime fasi di sviluppo clinico. L’annuncio dello stop agli studi su semagacestat – prevede l’azienda – dovrebbe influire sull’utile per azione trimestrale per circa 3 o 4 centesimi di dollaro. La previsione per l’Eps 2010 rimane dunque di 4,44-4,50 dollari ad azione su base Gaap e di 4,50-4,65 su base non Gaap.

 

Inserito da Salvo Franchina on 19 ago, 2010 and filed under Medicina, News, Ricerca.

 

 

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Una “spia biologica” prevede l’ Alzheimer

 

VITA. IT

 

Un’equipe medica dell’univesità belga di Gand ha scoperto un marcatore presente nel liquido cerebrospinale

Prevedere il rischio di Alzheimer in largo anticipo grazie a una “spia” biologica, con una sicurezza di diagnosi prossima la 100%. È la promessa di un marcatore presente nel liquido cerebrospinale (cefalo-rachidiano), scoperto da un’equipe coordinata da Geert De Meyer dell’università belga di Gand, che ha pubblicato la ricerca sugli “American Medical Association’s Archives of Neurologo”.

Dalla fine degli anni ‘90 gli scienziati di tutto il mondo sono alla ricerca di un segnale biologico in grado di indicare lo sviluppo della malattia più precocemente possibile. Ora questo studio sembra dare i risultati sperati. Il gruppo belga dell’Adni (Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative) ha infatti lavorato sui dati di 400 persone anziane: 114 con funzioni cognitive normali, 200 con leggeri disturbi cognitivi, 102 con Alzheimer. Nel 90% dei malati hanno identificato lo specifico marcatore biologico, presente anche nel 72% delle persone leggermente disturbate e nel 36% dei sani. Nelle riconferme successive, su campioni più ridotti, i ricercatori hanno seguito 57 pazienti con leggeri disturbi cognitivi per 5 anni. E in questo caso il marcatore ha indicato, con un’efficacia del 100%, la sua capacità di predire l’Azheimer. Secondo gli scienziati, quindi, la malattia è già attiva e identificabile molto più precocemente di quanto si immaginasse fino ad oggi: «Il morbo precede i primi sintomi di oltre 10 anni», dicono.

Nel mondo, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono 37 milioni le persone colpite da demenza e nella maggioranza dei casi la causa è proprio l’Alzheimer

 

10 agosto 2010

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Una proteina anti artrite reumatoide contrasta l’Alzheimer

 

Newsfood.com

 

L’artrite reumatoide provoca infiammazione nel corpo del malato; per combatterla, viene usata la proteina Gm-Csf. Tuttavia, tale proteina può essere impiegata anche nel contrasto all’Alzheimer.

Lo afferma una ricerca dell’University of South Florida, diretta dal professor Huntington Potter e pubblicata sul “Journal of Alzheimer’s Disease”.

Gm-Csf (nota con il nome commerciale di Leukine) attacca le sostanza nocive responsabili del gonfiore tipico della malattia. Osservando tale azione, il professor Potter e colleghi hanno notato come i soggetti trattati con Leukine mostrassero meno resistenza al declino cognitivo.

Allora, Gm-Csf è stata messa alla prova su cavie animali, topi colpiti da problemi di memoria simili a quelli causati dall’Alzheimer. L’osservazione ha mostrato come la proteina riducesse del 50% le placche di amiloide beta, responsabili della maggiore viscosità dei segnali nervosi e primo segnale dell’Alzheimer. Leukine era infatti in grado di attivare i macrofagi, cellule spazzino del sistema immunitario, che ripulivano l’organismo dalle scorie metaboliche, comprese quelle di cervello e sistema nervoso: alla fine, i topi malati presentavano assenza di sintomi ed una riduzione del 50% delle placche.

Inoltre, anche somministrata a topi sani, la proteina Leukine ha migliorato le loro facoltà cognitive.Quindi, conclude il professor Potter, “Il prossimo passo sarà testare la proteina sui pazienti come potenziale trattamento per l’Alzheimer“.

Fonte: Tim D. Boyd, Steven P. Bennett, Takashi Mori, Nicholas Governatori, Melissa Runfeldt, Michelle Norden, Jaya Padmanabhan, Peter Neame, Inge Wefes, Juan Sanchez-Ramos, Gary W. Arendash, Huntington Potte, “GM-CSF Upregulated in Rheumatoid Arthritis Reverses Cognitive Impairment and Amyloidosis in Alzheimer Mice”, JAD Volume 21, Number 2, August 2010

Matteo Clerici

ATTENZIONE: l’articolo qui riportato è frutto di ricerca ed elaborazione di notizie pubblicate sul web e/o pervenute. L’autore, la redazione e la proprietà, non necessariamente avallano il pensiero e la validità di quanto pubblicato. Declinando ogni responsabilità su quanto riportato, invitano il lettore a una verifica, presso le fonti accreditate e/o aventi titolo.

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Un nuovo studio sul rapporto tra istruzione e demenza

Un nuovo studio sul rapporto tra istruzione e demenza (Centro Maderna)

Negli ultimi decenni molte ricerche hanno dimostrato con una certa coerenza come più a lungo si studi nella prima parte della propria vita più basso sia il rischio di sviluppare demenza in terza età. Tuttavia, uno studio recente realizzato in collaborazione da un team di ricercatori Inglesi e Finlandesi ha riscontrato, grazie ad un’indagine post mortem, come entrambi le categorie di persone, sia quelle che avevano ricevuto una maggiore istruzione che quelle che non avevano studiato, presentassero gli stessi segni di demenza nel cervello, vale a dire avessero sviluppato lo stesso livello della malattia, nonostante ne manifestassero i sintomi in modo diverso. Rebecca Wood, amministratore delegato dell’Alzheimer’s Research Group ha spiegato: “Durante la demenza le proteine si accumulano nel cervello e le cellule nervose vengono danneggiate. Questa ricerca suggerisce che lo studio non è in grado di fermare tale fenomeno ma permette al cervello di affrontare meglio questo processo e ne allevia l’impatto”. “Le ragioni di questa differenza non sono ancora note”, aggiunge la dottoressa Ruth Sutherland, amministratore delegato dell’Alzheimer’s Society, “forse le persone che studiano più a lungo sviluppano una maggior adattabilità ai cambiamenti associati alla demenza, oppure riescono a trovare il modo per meglio gestire o nascondere i propri sintomi più a lungo, ma il messaggio, in ogni caso, sembra essere lo stesso, studiate il più a lungo possibile.”

27/07/2010

 

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La nuova sfida: adulti da vaccinare anche contro l’Alzheimer..

La nuova sfida: adulti e da vaccinare

Immunizzazione non solo per l’infanzia. Anche contro Alzheimer, tumori, diabete

Prevenzione

La nuova sfida: adulti e da vaccinare

Immunizzazione non solo per l’infanzia. Anche contro Alzheimer, tumori, diabete

 

   

MILANO - Sarà colpa della maledetta «suina». Ma sembra proprio che i vaccini, che pure hanno salvato tante vite nella storia dell’umanità, stiano attraversando una crisi d’immagine. Chiamati a vaccinarsi, la stragrande maggioranza degli italiani e degli europei ha ignorato le raccomandazioni. E mentre si discute di chi sia la colpa del fallimento, la parola d’ordine, lanciata in occasione del V Forum Italiano sulla scienza dei vaccini, svoltosi recentemente a Siena, è cambiare, almeno cambiare il nome. «Ormai vaccino è una parola obsoleta — dice Rino Rappuoli, responsabile mondiale della ricerca vaccini di Novartis, alla guida dei laboratori di Siena e Cambridge (Massachussetts) — . È un termine che ha significati positivi, ma che raccoglie anche molti pregiudizi. Oggi sarebbe più corretto parlare di immunizzazione». Vocabolo forse troppo lungo e complicato per diventare popolare. «Prima o poi salterà fuori una parola nuova — prosegue Rappuoli — che segnerà il futuro di questo fondamentale strumento della medicina». Non è soltanto una questione d’immagine, dicono gli specialisti. È che l’attuale scienza dei vaccini, pardon dell’immunizzazione, ha smisurate ambizioni.

PAESI CHE INVECCHIANO - Se il vecchio vaccino, di agreste derivazione, puntava alla prevenzione, alla lotta alle malattie infettive ed era in gran parte roba da bambini, ora l’immunizzazione ha per obiettivo i vecchi di Paesi invecchiati, o almeno gli adulti, e vede nel suo futuro un ruolo soprattutto terapeutico. Per curare che cosa? Quasi tutto, secondo gli entusiasti ricercatori, grazie a nuove tecnologie che incrociano genetica e scienza dei vaccini: proprio a Siena è stata sviluppata la reverse vaccinology con la collaborazione del biologo Craig Venter, uno dei padri del genoma umano. Una tecnica che è stata per esempio utilizzata per sviluppare un vaccino candidato contro il ceppo B di Neisseria meningitidis, il nemico finora rimasto inafferabile tra i diversi responsabili della meningite. Tra le malattie della popolazione anziana il primo obiettivo è naturalmente il cancro. In questo campo, prima di parlare del futuro, è giusto ricordare che esistono già due vaccini che possono essere considerati antitumorali: quello dell’epatite B, malattia che può degenerare in tumore, e quello anti Hpv, contro il tumore del collo dell’utero. Ma in questi casi il bersaglio è un «tradizionale» virus. Diversi i meccanismi dei vaccini, in sperimentazione anche in Italia, contro il melanoma e il tumore della prostata e del rene. In questo caso l’agente «difensivo» va a colpire una proteina che si trova soltanto nei tumori, distruggendo le cellule malate. «Sono risultati possibili grazie alle nuove tecnologie — dice ancora Rappuoli — . In questo momento ci sono centinaia di vaccini terapeutici in via di sviluppo.

TUMORI - Per quel che riguarda i tumori, l’unico finora registrato agisce su un tipo di cancro della prostata. Dà risultati modesti per noi abituati a porci come obiettivo la scomparsa delle malattie: circa tre mesi di sopravvivenza in più. Ma è un successo significativo, perché dimostra che l’idea funziona». «Si identifica una proteina, si crea in laboratorio un anticorpo di questa proteina: questo è il meccanismo base — spiega Giuseppe La Torre, specialista in Igiene e medicina preventiva alla «Sapienza» di Roma — . Le ricerche più avanzate riguardano i tumori e il diabete giovanile di tipo I, nel quale il bersaglio è l’area genetica (HLA) da cui parte il diabete. Un vaccino ha superato la sperimentazione animale ed è in fase preclinica. Altri studi riguardano l’ipertensione, le malattie autoimmuni e anche le dipendenze, da nicotina o cocaina». Smettere di fumare con un vaccino? Ma non è una questione di cattive abitudini? «La cattiva abitudine è cominciare a fumare, ma sono stati identificati geni della dipendenza: se vengono neutralizzati è più facile smettere di fumare o di assumere cocaina». Rappuoli rincara la dose: «Si sta lavorando anche sull’Alzheimer, per un vaccino che contrasti la proteina prionica che si accumula nel cervello e che causa la malattia. Nei modelli animali funziona, ma ci vorranno molti anni per sapere se può funzionare negli uomini». L’impressione, a scorrere l’elenco dei bersagli possibili, è di leggere un libro dei sogni. Mentre la ricerca si concentra anche su nuovi metodi di somministrazione (per bocca o per inalazione attraverso il naso) e sulla riduzione delle dosi vaccinali.

UN FUTURO DA IPERPROTETTI? - Tutti adulti e da vaccinare dunque, un futuro da iperprotetti anche dalle grandi malattie croniche. Entro quanto tempo? Per i vari agenti immunologici attualmente allo studio si parla dai 7 ai 15 anni. Una bella spesa, però, per i servizi sanitari. Dopo le polemiche sui costi del vaccino anti-influenza A il tema è scabroso. «I vaccini costano poco — ribatte Rappuoli — . Attualmente il Servizio sanitario nazionale spende per tutti questi preparati meno di quanto spende per il quinto antibiotico più venduto. E poi l’immunizzazione fa risparmiare sulle cure; in futuro, ancora di più. Anche quando uno si ammalerà, sarà più protetto in ospedale: è allo studio un vaccino che sbarri la strada alle infezioni ospedaliere (stafilococco, pseudomonas e altri) che ci permetterà di salvare molte vite». Avremo dunque anche un vaccino anti-ospedale sporco. A questo punto mancherà soltanto quello contro gli errori medici.

Corriere della Sera 11/07/2010

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Una pillola potrà fermare l’Alzheimer

I ricercatori di Dallas: “Un composto chimico per combattere il morbo”

La speranza per i malati di ALZHEIMER e per i loro familiari, ora arriva dal Texas. Si chiama, infatti, P7C3 quel composto chimico che mette in moto un meccanismo neuroprotettivo in grado di rallentare, se non addirittura fermare, la morte delle cellule cerebrali e che potrebbe presto trasformarsi in una pillola. La scoperta è firmata dall’equipe di scienziati del Southwestern Medical Center dell’Università del Texas, sede nel cuore di Dallas, decisa a sconfiggere quel «morbo di Alzheimer», processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali e rende, a poco a poco, il malato del tutto incapace di una vita normale. In Italia ne soffrono circa 800mila persone, nel mondo 26,6 milioni - secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora - con una netta prevalenza di donne. Il composto chimico, per ora sperimentato solo sui topi, stando alla ricerca di Dallas, sarebbe capace di «proteggere» la crescita di nuovi neuroni e, quindi, rallentare l’invecchiamento delle cellule mature, stimolando apprendimento e memoria. Lo studio - pubblicato su «Cell» - potrebbe allora, da qui al futuro, portare gli scienziati a identificare il farmaco capace di prevenire e curare l’Alzheimer. «La scoperta è stato un vero e proprio colpo di fortuna» ammette, senza mezzi termini, Steven McKnight, scienziato del Southwestern Medical Center, che ha coordinato la ricerca con Andrew Pieper. «Siamo arrivati al composto chimico - racconta - dopo aver iniettato oltre mille diverse combinazioni di sostanze chimiche, in modo sistematico, nel cervello dei topi. Il composto neuroprotettivo, chiamato P7C3, grazie alle sue proprietà, dà ottime speranze e potrebbe avere effetti benefici anche per il morbo di Huntigton e la schizofrenia». Il P7C3 potrà essere assunto per via orale e avere effetti di lunga durata «di certo è ben tollerato dai topi durante molte fasi di sviluppo». Numerosi i test effettuati per verificare se P7C3 contribuisce effettivamente a stimolare la crescita di nuovi neuroni, così come la conservazione dei neuroni vecchi (in questo modo si farebbe fronte all’invecchiamento e alla morte delle cellule cerebrali). Positivi i risultati ottenuti sui topi: «Abbiamo prove certe - afferma McKnight - si può stimolare e proteggere la nascita di nuovi neuroni». Ma hanno messo le mani avanti gli scienziati del Texas: «P7C3 è una scoperta notevole, ma si sa ancora poco su come funziona: sono necessari ancora altri anni di lavoro e sperimentazioni». In attesa che la pillola si trasformi in realtà, è firmato Italia-Svezia lo studio che rivela il nuovo alleato contro l’insorgenza dell’Alzheimer: la vitamina E. Stando, infatti, alla ricerca pubblicata sul Journal of ALZHEIMER Disease dagli scienziati del Karolinska Institutet di Stoccolma e quelli dell’Istituto di Geriatria dell’università di Perugia emerge che tutti i diversi componenti della vitamina E - e non solo il tocoferolo, già noto per queste proprietà - sono associati a un ridotto rischio di sviluppo della malattia nelle persone con più di ottant’anni.

 

Il Mattino Domenica 11/07/2010

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IL PRIMO CENTRO DIURNO ALZHEIMER DI SALERNO

SI APRE FINALMENTE, SUL  TERRITORIO DI SALERNO, 

IL PRIMO CENTRO DIURNO ALZHEIMER

 

E’ ufficiale: finalmente dopo anni di battaglie e lunghe attese, su sollecitazioni dell’Associazione Regionale Malattia di Alzheimer e con la collaborazione del Comune di Battipaglia, l’ASL di Salerno, con Delibera n 833 dell’ 8 aprile 2010 ha disposto l’apertura del primo Centro Diurno AlzheimerVilla Maria” a Battipaglia.

 

La struttura, concessa in comodato d’uso dal Comune di Battipaglia, sarà gestita da operatori esperti e qualificati dell’ASL di Salerno, dal  lunedì al  venerdì.

Le attività diurne consisteranno non solo in servizi di aiuto e sorveglianza nelle attività della vita quotidiana, assistenza per la cura dell’igiene personale, ristorazione e somministrazione farmaci, ma, con la collaborazione dei volontari dell’AIMA, saranno garantite anche  attività ricreativo- occupazionali, di socializzazione e tecniche di attivazione cognitiva  volte al miglioramento dei deficit relativi alle abilità a risolvere i problemi..

Villa Maria sarà il primo Centro Diurno con una gestione realmente integrata tra ASL, Comune e Associazionismo. Infatti, oltre al supporto dei servizi sociali del Comune, a fianco dei pazienti e delle Famiglie, l’AIMA sarà presente, anche attraverso altre  attività dedicate quali: Centro Ascolto,  Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, percorsi educativi, segretariato sociale, supporto medico legale …

Il tutto in un’ottica di presa in carico globale per migliorare non solo le condizioni della Persona affetta da Alzheimer ma anche per dar sollievo alle Famiglie. L’impegno costante sarà quello di prevedere un potenziamento dei servizi rivolti a questa specifica problematica al fine di sostenere la domiciliarità e ridurre sempre più il ricorso a ricoveri impropri.

 

La demenza, infatti, con una prevalenza di circa il 6% nei soggetti di età superiore ai 65 anni, rappresenta una delle patologie cronico- degenerative con più rilevante impatto sul consumo di risorse sanitarie e socio-assistenziali e con più ampio coinvolgimento delle famiglie nei compiti di assistenza e tutela dei soggetti colpiti.

Sul territorio salernitano si stima che siano circa 7000 le persone affette da sola demenza di Alzheimer che è considerata la forma più comune rappresentando l’80% circa di tutte le demenze.

Da oggi AIMA è più vicino alle Famiglie grazie al numero verde

CHIAMACI

 

800098546

 

IL PRIMO NUMERO VERDE ALZHEIMER IN CAMPANIA

 

E UNO DEI POCHI IN ITALIA

 

Il Presidente Dr.ssa Caterina Musella

Napoli, 18 Marzo 2010

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Il trattamento staminale del morbo di Alzheimer Morbo di Alzheimer

L’Alzheimer è la forma più diffusa di demenza senile. La malattia è tipicamente collegata ad una perdita lenta e progressiva delle cellule nervose e dei contatti tra queste ultime. L’insorgere della malattia è silente e i primi sintomi a presentarsi sono i disturbi della memoria e dell’orientamento.

Con il progredire della malattia, peggiorano anche le facoltà mentali della persona affetta e, dopo pochi anni, i pazienti necessitano di aiuto anche per sbrigare i compiti quotidiani e non possono più quindi vivere da soli. In questa fase, un aspetto particolarmente spiacevole per familiari ed amici del paziente è rappresentato del fatto che quest’ultimo spesso non riconosce più nemmeno i suoi familiari più stretti o addirittura il proprio partner. Le persone ammalate di Alzheimer perdono progressivamente la propria personalità.

La causa del morbo di Alzheimer non è ancora nota; tuttavia, il cervello di una ammalato di Alzheimer presenta tipicamente alcune modificazioni a livello microscopico: un accumulo extracellulare di una proteina, chiamata beta-amiloide, e accumuli intracellulari in ammassi cosiddetti neurofibrillari. L’Alzheimer sembrerebbe essere incurabile, poiché le cellule nervose morte non possono essere rigenerate.

Il trattamento del morbo di Alzheimer presso l’XCell-Center Innanzitutto, si prelevano le cellule staminali dal midollo osseo del paziente, estratto dall’osso iliaco (cresta iliaca), per poi trapiantarle nell’organismo alcuni giorni più tardi. Prima del trapianto delle cellule, il midollo osseo viene analizzato in uno dei nostri laboratori, dove si controlla altresì la quantità e la qualità delle cellule staminali.

Le cellule trapiantate sono in grado di trasformarsi in nuove cellule e rinnovare o sostituire il tessuto e i nervi danneggiati.

Lo scopo del trattamento è quello di rallentare o arrestare il progredire dei sintomi del morbo di Alzheimer.

Costi

I costi del trattamento staminale della SLA si aggirano attorno a € 7.545,- in caso di applicazione mediante metodo intratecale.

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Arriva il vaccino contro l’Alzheimer

24/04/2010 10:51

 

Sarà sperimentato anche a Genova il vaccino terapeutico contro l’Alzheimer.

Il test sarà disponibile nei prossimi giorni e si tratta di una medicina che non previene la malattia ma rallenta la progressione. Per ora è solo una sperimentazione di fase 2, e cioè darà le prime risposte sull’efficacia. Trenta i pazienti in Italia che sperimenteranno il vaccino fra Roma, Milano, Firenze, Brescia e Genova. Si tratta di malati in fase lieve-moderata della malattia e di età non superiore ai 55 anni. In Svezia è risultato nel tollerato il vaccino nello studio di fase 1. In sostanza il vaccino stimola la formazione di anticorpi specifici ed è basato sulla forma della patologica della proteina, rimuovendo le placche di sostanza beta-amiloide caratteristiche dell’Alzheimer.

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