Panorama
Una ricerca pubblicata sulla rivista Brain arriva alla conclusione che maggiore è il tempo passato a studiare più è alta la protezione dall’insorgere della demenza e in particolare dell’Alzheimer.
Tenere il cervello in attività è il modo migliore per mantenerlo sano. Sembra un luogo comune e in parte lo è. Nessuna ricerca è infatti mai riuscita a dimostrare in maniera inequivocabile che impegnarsi in un cruciverba o in qualunque altro passatempo enigmistico serva davvero a tenere la mente in esercizio. Ma laddove non arriva il Sudoku può invece aiutare la scuola.
Un team di ricercatori inglesi e finlandesi hanno analizzato il cervello di oltre 800 persone anziane che negli anni precedenti al decesso avevano partecipato a studi sulle problematiche dell’invecchiamento. Gli studiosi avevano a disposizione molti dati sul loro livello di istruzione, sull’ambiente socioculturale da cui provenivano e sul loro stato di salute generale, oltre alla segnalazione di eventuali problemi di memoria o di vere diagnosi di demenza.
Hanno potuto constatare l’esistenza di un legame tra le condizioni del cervello di ciascuno, su cui era stata praticata l’autopsia, e il livello di istruzione. La prima cosa che hanno verificato è che non c’è differenza nella presenza di placche amiloidi, lesioni caratteristiche della malattia di Alzheimer, tra chi aveva studiato di più e coloro che avevano studiato meno. Le placche non risultavano di dimensioni ridotte in coloro che avevano passato più tempo sui libri nella loro vita.
A parità di lesioni, però, la maggior parte di coloro che avevano avuto una lunga scolarità non ha sofferto del morbo di Alzheimer, a differenza di altri pazienti che invece avevano studiato meno e avevano sviluppato la malattia.
“Quello che lo studio dimostra”, ha spiegato Hannah Keage dell’Università inglese di Cambridge, tra gli autori della ricerca, “è che aver studiato aiuta gli anziani a gestire sul piano clinico le lesioni degenerative del cervello”. Malgrado l’alterazione istologica abbia luogo, una scolarità protratta servirebbe perciò a preservare le funzioni cerebrali.
Attenzione però, perché in questo caso il motto “non è mai troppo tardi” non vale. A contare, infatti, sono proprio gli anni di studio accumulati prima dei 25 anni di età, quelli che influenzano lo sviluppo delle sinapsi e il numero di neuroni presenti nel nostro cervello.
Ecco perché, concludono gli autori dello studio, è necessario garantire all’intera collettività un livello di istruzione adeguato per dare a tutti pari opportunità non solo di realizzarsi nella vita, ma anche di non spegnersi nell’inconsapevolezza dovuta alla demenza.
Lunedì 2 Agosto 2010



